Consiglio federale: il sogno spezzato del Ticino

50 voti al primo turno per Norman Gobbi: mai il Ticino si era sentito così vicino al ritorno in Consiglio federale dopo la rinuncia di Flavio Cotti nel 1999. Vicino, eppure ancora molto lontano, come si è visto nei turni successivi, quando è sfumato il sogno cantonale. Un sogno previsto dalla Costituzione, quello dell’adeguata rappresentanza delle regioni linguistiche, che probabilmente diventerà realtà stabile solo il giorno in cui si riuscirà ad allargare il Governo a nove membri, scelta necessaria soprattutto per una miglior ripartizione dei compiti e per una pur minima ripresa di controllo della politica sull’amministrazione. Fino a quel momento la Svizzera italiana è destinata a restare il più spesso spettatrice delle lotte altrui: quella fra romandi e svizzero-tedeschi, quella delle orientazioni politiche destra-sinistra, quella dei generi (già ci si lamenta che ormai ci sono troppo poche donne in Consiglio federale…).

Le reazioni di delusione in Ticino sono comunque ingenerose. Intanto bisogna dar atto a Norman Gobbi di essere riuscito ad entrare nel ticket, di aver suscitato buona impressione nella maggior parte delle audizioni dei Gruppi parlamentari, e di aver raggiunto il migliore risultato fra tutti i Ticinesi negli ultimi 16 anni. Questo anche grazie al sostegno che diversi colleghi ticinesi gli hanno assicurato, e non è corretto prendersela ora con la Deputazione ticinese che non poteva per sua natura prendere una posizione ufficiale a maggioranza. Cosa che del resto non fa mai, essendo un organo tecnico di coordinamento di deputati con diversi orientamenti, e non un parlamento, un governo o un organo di partito che sono eletti dalla rispettiva base proprio con il mandato di dirimere con il voto eventuali divergenze.

La dinamica di questa elezione peraltro si è rivelata fin dall’inizio come un confronto fra chi voleva il giovane neoliberista Thomas Aeschi – ritenuto il delfino di Blocher – e chi non lo voleva proprio. Ciò avrebbe potuto giocare a favore di Gobbi se fosse riuscito a imporsi come “anti-Aeschi” con reali chances. Il rigetto da parte dei socialisti ha gelato questa speranza, assieme al desiderio dell’UDC di espandersi nel “mercato romando” (come affermato con formula di dubbia eleganza da Toni Brunner, che evidentemente ritiene il “mercato ticinese” secondario e comunque già saldamente in pugno). E all’inconfessato desiderio di parecchi UDC svizzero tedeschi di preservare le proprie chances per l’ormai prossima sostituzione di Ueli Maurer.

È probabile che questo rigetto della candidatura ticinese da parte dei Socialisti (ma anche di parecchi altri in tutti i partiti) sia dipeso non tanto dalla persona di Gobbi – che ha fatto in genere buona impressione – quanto piuttosto dalla sua provenienza leghista. In Ticino abbiamo dovuto per forza abituarci da anni a distinguere fra metodi e programmi della Lega e del Mattino da una parte, e persone perbene come Borradori, Gobbi e Zali dall’altra. A Berna non è ancora così, e forse non lo sarà mai. In tal senso, il veicolo leghista è certamente stato determinante per portare Gobbi a grande velocità dal Consiglio comunale di Quinto alla presidenza del Consiglio di Stato, ma può esser stata la palla al piede che gli ha impedito l’ultimo balzo. Anche su questo il Ticino dovrà forse riflettere per i suoi futuri sogni.

Filippo Lombardi
consigliere agli Stati e coordinatore ad interim del PPD

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