Cosa può cambiare con la vittoria di Trump?


Ho la fortuna di non aver pronosticato pubblicamente la vittoria della Clinton… per il semplice motivo che nessun giornalista mi ha posto questa domanda! Altrimenti sarei probabilmente caduto anch’io nel trappolone che decine di istituti di sondaggio hanno confezionato per mesi. Non intenzionalmente forse, ma di certo senza capire che non tutti gli intervistati dicono la verità ai sondaggisti, specie quando gran parte dell’establishment politico-cultural-mediatico demonizza una parte e occulta le magagne dell’altra. Non è la prima volta che succede, era appena successo con il Brexit, e di sicuro succederà ancora!


All’indomani sono poi tutti bravi a spiegare che l’elettore medio ha dato sfogo al suo malessere, ai suoi rancori e ai suoi sentimenti meno nobili, o magari anche ai problemi reali che lo tormentano. Del resto gli Stati Uniti dietro la facciata di benessere e unità nazionale nascondono davvero molta povertà, un malessere crescente e una profonda spaccatura sociale e politica che l’onnipresente inno nazionale e l’abbondanza di bandiere a stelle e strisce ogni tre per due non riescono più a mascherare.

A prescindere dai paralleli – interessanti ma non sempre giustificati – che si possono trarre fra quest’inattesa vittoria e quelle dei vari populismi europei e svizzeri, ciò che ora conta è capire dove andrà l’America nei prossimi anni, e quali conseguenze ciò avrà per il mondo e per noi in particolare. 

Pur sapendo che la politica degli Stati Uniti è come una portaerei che non cambia rotta in breve tempo, sembra assodato che Trump dedicherà maggiore attenzione alla politica interna, ai bisogni della sua gente, al ripristino delle catastrofiche infrastrutture pubbliche (dalle reti stradali, ferroviarie, elettriche, agli ospedali e alle scuole, e via dicendo). 

Per contro dovrebbe ridurre di parecchio gli impegni di politica estera, pur senza arrivare allo scioglimento della Nato che pure aveva ventilato agli inizi… Alcuni lo rimpiangeranno, ma pensando ai numerosi danni provocati nell’ultimo quindicennio dall’intervenzionismo americano nel mondo – di cui la Clinton è stata spesso partecipe se non aggressiva primattrice – è probabile che un pizzico di isolazionismo possa invece contribuire a calmare le acque e distendere le relazioni internazionali. Ne avrebbe da guadagnare anche la Svizzera, la cui politica di neutralità al servizio della mediazione nei conflitti non è stata sempre ben accetta a Washington (si pensi alla presidenza svizzera dell’OSCE nel tormentato anno 2014, e al rifiuto del nostro paese di allinearsi sulle sanzioni anti-russe).

Anche sul piano degli scambi economici, la frenesia per i trattati di libero scambio (TTIP in primis) potrebbe lasciar spazio ad una pausa di moderato protezionismo, anch’essa utile a riordinare le idee e ristabilire alcuni equilibri piuttosto malmenati negli ultimi anni. Anche questo non dovrebbe essere per forza negativo per la Svizzera.

Sia chiaro: dai proclami di campagna elettorale alla politica effettiva di un’amministrazione americana c’è sempre un bel distacco. Anche perché molto dipende dalla composizione della squadra ministeriale e dello staff di collaboratori ravvicinati del presidente, il quale non è un monarca assoluto che può fare quel che vuole. Ma proprio per questo non è il caso di fasciarsi la testa prima di aver visto Trump all’opera. Il catastrofismo, anche stavolta, potrebbe rivelarsi fuori luogo. 

 

Filippo Lombardi
Vicepresidente della Commissione esteri
del Consiglio degli Stati


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