Sì all’informazione, no alla gogna mediatica!

In questi giorni le famiglie ticinesi hanno ricevuto la lettera del Presidente del nostro Partito Fiorenzo Dadò. Un gesto forte, probabilmente il primo (ma non necessariamente l’ultimo) di questo genere nella storia del nostro Cantone. Un gesto forte, dicevamo, ma necessario per ridare valore alla parola Rispetto, che non lascia certo indifferenti e che sta facendo discutere. Qualcuno si sarà chiesto, come mai Dadò si è spinto a tanto? Di fronte a questa martellante, aggressiva e intimidatoria manipolazione della realtà, che ha ferito e fatto soffrire diverse persone che non hanno nessuna responsabilità, e con esse tutti i loro famigliari, causando problemi alla loro salute; l’unica via percorribile è quella di raggiungere direttamente i cittadini a casa loro, i quali, in piena libertà, potranno farsi la loro idea.

In questi ultimi mesi la popolazione è stata bersagliata a raffica con articoli e servizi alla TV sul caso arcinoto del mandato cantonale alla ditta Argo1. Alcune testate e alcuni giornalisti hanno svolto il loro lavoro assecondando i principi cardine della deontologia giornalistica, ossia l’oggettività, la proporzionalità e il dovere di verifica e di corretta informazione. Altri, come si è dovuto purtroppo constatare, hanno dato fiato alle trombe senza nessun ritegno, utilizzando la potente arma che hanno tra le mani per diffamare le persone, intimidirle e annichilirle con le il-lazioni e manipolando la realtà per raggiungere i propri scopi politici e, ancor più grave, di bottega. La RSI, con l’enfasi che neppure l’uccisione di Bin Laden aveva ottenuto, ha ripetuto, girato e rigirato fino all’ossessione le stesse cose. Ma il fatto molto grave, e per il quale i 4’000 funzionari del Cantone si attendono le scuse, è che ha utilizzato, mettendola in bella mostra a Falò, una fattura di una vacanza in Sardegna di 5’000 euro che non c’entra assolutamente nulla con lo scandalo Argo, per far credere ai cittadini che ci fosse corruzione tra i funzionari pubblici. È questa la serietà del giornalismo, a maggior ragione se d’inchiesta, che ci si attende dalla nostra televisione pubblica? Dopo tutto questo vociare, dopo tutto questo can can mediatico, dopo que-sto accanirsi contro persone innocenti, qualcuno è in grado di dire esattamente cosa sia successo e quali siano le responsabilità concrete delle persone coinvolte? Qualcuno conosce il nome e il cognome e cosa hanno fatto i due alti funzionari responsabili di questo pasticcio? Come mai di loro si è parlato così poco? Cosa si è cercato di nascondere? Basta leggere l’articolo “Le notizie scritte male non informano i cittadini” apparso in giugno su la rivista “L’Inchiesta” per rendersi conto del degrado dell’informazione.

La domanda che moltissime persone si sono poste è quindi a sapere dove c’è scritto nella Costituzione svizzera che la sacrosanta libertà di stampa che tutti noi difendiamo coincide con sensazionalismo e accanimento e dove la deontologia professionale consiglia al giornalista di usare la penna per diffamare, calunniare e ferire deliberatamente le persone, colpendo senza ritegno persino i famigliari e i bambini, attraverso illazioni, servendosi di documentazione falsa, o peggio ancora non verificata, e mancando ripetutamente del rispetto che, in un paese civile come il nostro, se lo concedono tra di loro anche i cani.

In queste settimane abbiamo assistito a tutto quanto di più meschino, arrogante e brutto il Pae- se non si merita. È nostro dovere, è dovere di un Partito come il nostro, opporci nel modo più assoluto a questo triste abbruttimento del dibattito civile e a questo attacco ignobile nei confronti delle persone innocenti e dei loro famigliari. Accettare che le intimidazioni ricevute (proprio in questi giorni, ma guarda un po’..., ne arrivano anche dal “pentolone” eVita, al quale ha sollevato coraggiosamente il coperchio la deputata Nadia Ghisolfi), le continue illazioni, la manipolazione della realtà, l’accanimento che mette le persone innocenti al pubblico ludibrio, diventino la regola, significa soccombere e consegnare il Paese a metodi che non appartengono alla nostra cultura ticinese. Come si è potuto leggere sui quotidiani di mezza Europa dopo la morte di Totò Riina, i sistemi intimidatori e la messa alla gogna delle per- sone innocenti, non solo in Ticino, ma persino a Corleone, iniziano a pesare. 

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